I delitti della speranza. Javier Calvo.

Gotico catalano.

Esattamente il romanzo che Zafòn ha invano provato a scrivere.
Un divertissement di classe, un feuilletton cupo, oscuro, violento, amorale, che rispetta tutti i canoni del romanzaccio morboso eppure talmente consapevole e voluto e stratificato che se uno sapesse cosa cazzo significa potrebbe tranquillamente definirlo postmoderno.

(e siccome ho usato divertissement e feuilletton per far vedere che qua ‘un si frigge con l’acqua ci aggiungo pure tour Eiffel, Ribery, champagne, oui je suis Catherine Deneuve e Roland Garros. E sticazzi).

L’arte della guerra. Sun Tzu.

Se sei più forte, spaccagli il culo.
Se sei più debole, lascia perdere finchè non diventi più forte e poi spaccagli il culo.
Se sei più veloce, spaccagli il culo.
Se sei più lento, non ne fare di nulla finchè non sei diventato più veloce e poi spaccagli il culo, a meno che tu non sia più forte, allora bisogna vedere se conta di più la forza o di più la velocità, e in ogni caso finchè non sei sicuro stai fermo ma quando sei sicuro, spaccagli il culo.
Se sei più bello, trombagli la moglie.
Se sei più brutto, ma più ricco, trombagli la moglie.
Se sei più brutto e più povero, diventa più forte, spaccagli il culo e al massimo rigagli la porsche ma lascia perdere la moglie che ci rimani male.
Se sei più brutto, più povero e più debole ti conviene diventare molto più veloce di un dobermann oppure evita proprio di avvicinarti al cancello, anche se ti travesti da quello che pulisce la piscina.
Poi compra delle azioni seguendo una soffiata di un aggiotaggista e vai in galera, dove per quanto forte, veloce e quant’altro tu possa essere il locale docce vedrà l’inevitabile accadimento di un culo spaccato, e per una volta non sarà una metafora cinese.

Il succo mi sembra questo, ma ci sta che mi confonda.

Racconti. Edgar Allan Poe.

Per l’amor di Dio, Montresòr!

Padre mai più eguagliato dello scrivere moderno di terrori - e non solo.
Avrebbe meritato quella santificazione letteraria che si manifesta nel diventare un aggettivo; sfortunatamente, poesco non suona figo come kafkiano.

Visions. Clive Barker.

Forever Young (i want to be).

Così anni ottanta.
Leggerlo oggi è come andare a un concerto degli Arcade Fire, però vestiti come Tony Esposito e con il greatest hits di Sabrina Salerno in loop nell’iPod.

Autostop con Buddha. Will Ferguson.

Big in Japan.

Non amo molto i libri di viaggio (quelli scritti da gente che c’è andata davvero nei posti e lo racconta, non quelli dove dentro ci sono i viaggi, quelli vanno bene), un po’ perché la mia idea di viaggio avventuroso è andare a una sagra del tortello in mugello senza il pieno alla macchina, un po’ perché mi danno sempre una vaga idea di intollerabile presunzione e vanagloria (hai visto dove sono? eh? eh? l’hai visto? lo vedi che esperienze che ho fatto? eh? lo vedi, coglione, mentre tu stai a lavorare? e mi pagano pure? eh? lo vedi? culture diverse, eccetera? lo vedi? e tu che fai? eh?…e così via. Ammetto che possa apparire come una visione lievemente distorta, tipo quella che si può avere di un grappolo d’uva chiaramente acerbo osservato dal basso, diciamo ad altezza volpe) e un po’ perché ho sempre l’impressione di aver a che fare con uno che prende, va in qualche posto più o meno esotico, scrive due cagate ed ecco un libro pronto, senza neanche fare lo sforzo di immaginare le cose e raccontarmi quello che ha immaginato come si deve; come dicessero ehi, lo so, questo brano fa cagare, questa vicenda è inverosimile ma è così che è successo, io sono uno scrittore onesto (aggiungo: si fottano gli scrittori onesti).
Ok, sono motivazioni risibili, ma quello da tenere a mente è il punto fondamentale: non amo molto i libri di viaggio.
I libri divertenti invece, eh, quelli sì che mi piacciono molto; ho una venerazione per qualunque cosa e qualunque individuo mi faccia ridere e se poi mi fa ridere in maniera più sofisticata che con un rutto (comunque un rutto va benissimo e rido moltissimo per i rutti, sia chiaro: sono un ragazzo semplice e mi piace molto la mamma dei rutti, la birra – no, la cocacola è la zia), tipo scrivendo un libro divertentissimo be’, allora è facile che provi qualcosa di molto simile ad un sincero sentimento di amore universale (esatto, sono uno di quegli sciocchi individui che se ridono con gusto di qualcosa poi sono automaticamente ben disposti verso l’universo tutto e assumono una specie di sorriso-buddha abbastanza sconcertante; vorrei sottolineare che un sorriso-buddha differisce sostanzialmente da un sorriso-comunione&liberazione perché manca del tutto il sottotesto sì, sto sorridendo nonostante la verga di ferro incandescente che ho su per il culo perché questa mi sottolinea quanto io sia il prediletto dal signore. Il sorriso-buddha non vuole dire niente ed è spaventosamente simile ad un sorriso-ebete).
Sì, d’accordo, tutte precisazioni inutili, ma il nocciolo della questione è: mi piacciono molto i libri che mi fanno ridere.
Orbene, Autostop con Buddha è un libro di viaggio – di un viaggio figo, attraversare il Giappone in autostop da sud a nord seguendo il fronte della fioritura dei ciliegi – che però è molto, molto, molto divertente, ma non nel senso di godibile, nel senso che spesso e volentieri, leggendolo, sono scoppiato a ridere e senza che nessuno avesse ruttato nelle vicinanze e in più è completamente privo della retorica e della mistica del “viaggio”, oltre a raccontare un sacco di cose interessanti sul Giappone o almeno credo che siano cose interessanti, non sono in grado di giudicarlo, a me sono parse interessanti ma io che ne so? e comunque, ecco, ho verificato che i libri di viaggio (che in teoria mi piacciono poco) se sono anche e soprattutto libri divertenti (che in pratica mi piacciono molto) mi piacciono quindi molto; come a dire, l’essere di viaggio è carattere recessivo rispetto all’essere divertente.

Ah, un’altra cosa che non amo molto sono i commenti ai libri pieni di incisi, di parentesi, di trattini, di digressioni inutili, di corsivi, lunghissimi, scritti da uno col nickname monolettera e che iniziano con la frase non amo molto i libri di viaggio, che magari li leggi fino in fondo rompendoti anche un po’ le palle per poi scoprire che del libro in questione si dice solo che è divertentissimo, ecco, questa è una cosa che proprio non sopporto, adesso che ci penso, altro che “non la amo molto”.

Dance dance dance. Haruki Murakami.

Some strange music draws me in.

Verrebbe da dire che questo è un romanzo molto giapponese, se non fosse che io del Giappone conosco sì e no quello che conoscono tutti (cioè che là ci sono giapponesi ovunque, che fanno un sacco di foto quando vanno all’estero, che periodicamente viene attaccato da rettili e/o insetti giganti e radioattivi o alieni colonialisti ma che per fortuna ci sono decine di scienziati geniali e un po’ folli che hanno costruito spettacolari robot difensivi nelle pause dei corsi di bonsai, ikebana od origami, che un tempo c’erano miriadi di samurai che però hanno giustamente fatto tutti seppuku una volta arrivato tomcruise e quindi non ce ne sono più in compenso c’è ancora gran copia di ninja e la prova è che non se ne vedono in giro, altrimenti non sarebbero ninja ma deficienti occidentali vestiti da ninja e insomma, poco più di questo, so io), quindi fra le tante cose che potrei affermare questa è una che certamente non scriverò.
Però.
Non so se sia dovuto alla giapponesità dell’autore o semplicemente ad un surplus di talento e sensibilità, ma questo è un romanzo bellissimo, una storia dalla semplicità apparente che si perde per mille rivoli per poi tornare al corso principale con incredibile naturalezza restando sempre in equilibrio tra reale e surreale, il cui modo di essere raccontata scivola in superficie senza mai essere superficiale, la cui prosa calma (no, non dirò zen, neanche per sogno, anche perchè non lo penso) procede trasportando con sè i personaggi (no, non dirò come un fiore di ciliegio caduto in un ruscello mentre il sakura zensen avanza verso nord) che dal canto loro sono incredibilmente reali, sempre, anche quando fanno cose irreali; credo di non aver mai letto prima un romanzo in cui i personaggi dessero davvero l’impressione di fare quello che devono o vogliono a prescindere dallo scrittore, nè uno scrittore che senza problemi li lasciasse andare al momento in cui devono o vogliono andare, senza rimpianti, così, andati.
In questo romanzo ci sono idee che uno scrittore meno generoso avrebbe usato per scrivere sei o sette libri e se mi avessero detto di leggere una storia che sostanzialmente, asciugandola (e non rendendole giustizia, sia chiaro), racconta di un giovane uomo leggermente depresso e demotivato che vive in una sorta di distacco solipsistico qualche vicenda improbabile fino ad innamorarsi e (probabilmente) ritrovare una specie di felicità, be’, io non l’avrei fatto e mi sarei perso questa esperienza piena di stupore.

[ovviamente, chi mi avesse descritto in quel modo questo libro sarebbe un idiota incapace di capirne il senso; e non intendo senso nel senso di illuminazione buddhista o cose del genere, intendo proprio senso nel senso che sarebbe inequivocabilmente uno che i libri non li sa leggere. fortunatamente, non esiste]

Il mare arriva a mezzanotte. Steve Erickson.

…una prugna che galleggia nel profumo in un cappello da uomo. [cit.]

Indubbiamente affascinante, per carità.

Solo che è pieno di quelle frasi che a una prima lettura sono fighissime, a una seconda pensi di essere troppo stupido tu per capirle fino in fondo, alla terza (se hai un briciolo di autostima) dici eh no, perbacco, signor Erickson: questa sembra una figata profonda, ma:
non.

vuol.
dire.
una.
mazza
.

Non ho ancora del tutto escluso la possibilità di una recrudescenza della mia stupidità, comunque.

Il nostro tragico universo. Scarlett Thomas.

Fermat reloaded.

Si assuma la seguente formalizzazione:

R : romanzo soddisfacente
fST : funzione di, ovverosia scritto da, scarlett thomas
X : romanzo
NTU : il nostro tragico universo

Abbiamo finalmente che

NTU = R

(fST)NTU → ∃[(fST)X = (fST)R]

Dispongo di una meravigliosa dimostrazione di questo teorema, che sfortunatamente non può essere contenuta nello spazio troppo stretto di questo commento.  

Rasputin. Edvard Radzinsky.

Non ho idea se sia storicamente accurato o meno, però a me ha divertito moltissimo l’idea di un deficiente erotomane che influenza pesantemente i destini di un paese; come se in italia facessero redigere la finanziaria a mamma Orsola (che tra l’altro anche io mi sento una forza dentro che non so nemmeno io come) o direttamente guidare il paese ad un erotomane tendenzialmente senile…no, vabbe’, lasciamo stare quello che potrebbe accadere in italia.

Sulla strada. Jack Kerouac.

John Ryder, dov’eri quando c’era più bisogno di te?

Il romanzo (romanzo?) più irritante e sopravvalutato del movimento letterario (letterario?) più irritante e sopravvalutato del secolo scorso. Anche a me piace cazzeggiare, ma non è che sia più ganzo degli altri per questo.

– Dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo.
– Per andare dove, amico?
– Non lo so, ma dobbiamo andare.

E ‘sticazzi, lo so io: a lavorare.