Big in Japan.
Non amo molto i libri di viaggio (quelli scritti da gente che c’è andata davvero nei posti e lo racconta, non quelli dove dentro ci sono i viaggi, quelli vanno bene), un po’ perché la mia idea di viaggio avventuroso è andare a una sagra del tortello in mugello senza il pieno alla macchina, un po’ perché mi danno sempre una vaga idea di intollerabile presunzione e vanagloria (hai visto dove sono? eh? eh? l’hai visto? lo vedi che esperienze che ho fatto? eh? lo vedi, coglione, mentre tu stai a lavorare? e mi pagano pure? eh? lo vedi? culture diverse, eccetera? lo vedi? e tu che fai? eh?…e così via. Ammetto che possa apparire come una visione lievemente distorta, tipo quella che si può avere di un grappolo d’uva chiaramente acerbo osservato dal basso, diciamo ad altezza volpe) e un po’ perché ho sempre l’impressione di aver a che fare con uno che prende, va in qualche posto più o meno esotico, scrive due cagate ed ecco un libro pronto, senza neanche fare lo sforzo di immaginare le cose e raccontarmi quello che ha immaginato come si deve; come dicessero ehi, lo so, questo brano fa cagare, questa vicenda è inverosimile ma è così che è successo, io sono uno scrittore onesto (aggiungo: si fottano gli scrittori onesti).
Ok, sono motivazioni risibili, ma quello da tenere a mente è il punto fondamentale: non amo molto i libri di viaggio.
I libri divertenti invece, eh, quelli sì che mi piacciono molto; ho una venerazione per qualunque cosa e qualunque individuo mi faccia ridere e se poi mi fa ridere in maniera più sofisticata che con un rutto (comunque un rutto va benissimo e rido moltissimo per i rutti, sia chiaro: sono un ragazzo semplice e mi piace molto la mamma dei rutti, la birra – no, la cocacola è la zia), tipo scrivendo un libro divertentissimo be’, allora è facile che provi qualcosa di molto simile ad un sincero sentimento di amore universale (esatto, sono uno di quegli sciocchi individui che se ridono con gusto di qualcosa poi sono automaticamente ben disposti verso l’universo tutto e assumono una specie di sorriso-buddha abbastanza sconcertante; vorrei sottolineare che un sorriso-buddha differisce sostanzialmente da un sorriso-comunione&liberazione perché manca del tutto il sottotesto sì, sto sorridendo nonostante la verga di ferro incandescente che ho su per il culo perché questa mi sottolinea quanto io sia il prediletto dal signore. Il sorriso-buddha non vuole dire niente ed è spaventosamente simile ad un sorriso-ebete).
Sì, d’accordo, tutte precisazioni inutili, ma il nocciolo della questione è: mi piacciono molto i libri che mi fanno ridere.
Orbene, Autostop con Buddha è un libro di viaggio – di un viaggio figo, attraversare il Giappone in autostop da sud a nord seguendo il fronte della fioritura dei ciliegi – che però è molto, molto, molto divertente, ma non nel senso di godibile, nel senso che spesso e volentieri, leggendolo, sono scoppiato a ridere e senza che nessuno avesse ruttato nelle vicinanze e in più è completamente privo della retorica e della mistica del “viaggio”, oltre a raccontare un sacco di cose interessanti sul Giappone o almeno credo che siano cose interessanti, non sono in grado di giudicarlo, a me sono parse interessanti ma io che ne so? e comunque, ecco, ho verificato che i libri di viaggio (che in teoria mi piacciono poco) se sono anche e soprattutto libri divertenti (che in pratica mi piacciono molto) mi piacciono quindi molto; come a dire, l’essere di viaggio è carattere recessivo rispetto all’essere divertente.
Ah, un’altra cosa che non amo molto sono i commenti ai libri pieni di incisi, di parentesi, di trattini, di digressioni inutili, di corsivi, lunghissimi, scritti da uno col nickname monolettera e che iniziano con la frase non amo molto i libri di viaggio, che magari li leggi fino in fondo rompendoti anche un po’ le palle per poi scoprire che del libro in questione si dice solo che è divertentissimo, ecco, questa è una cosa che proprio non sopporto, adesso che ci penso, altro che “non la amo molto”.